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L_Antonio
Odio gli indifferenti


Gli Ultimi


31 gennaio 2014

Gli istinti belluini

           

Ha ragione Claudio Sardo: “La flessibilità è una virtù dei sistemi democratici”. Di più. È un carattere della politica, della grande politica. L’alternativa è lo scontro astratto, rozzo, senza mediazioni, dove il Parlamento è ridotto a ring, dove i poli si fronteggiano all’arma bianca senza basi comuni, dove forze sostanzialmente estranee alle regole e alla prassi istituzionale danno fondo al proprio analfabetismo democratico. Le coalizioni forzose, il bipolarismo obbligato e prescritto a priori, le pattuglie parlamentari ridotte a scherani dell’uomo solo al comando di turno, sono gli ingredienti principali della zuppa populista e antistituzionale che ci è stata servita dalla Seconda Repubblica in questi anni.

Ora disponiamo di una macchina politica rigida, anchilosata, una struttura che rischia il collasso strutturale, dove la tenzone si riduce al minimo comune denominatore dell’un contro l’altro armato. È come se in questi anni avessimo tracciato una linea artificiale e sospinto tutti ‘o di qua o di là’, prima ancora di cominciare a parlare di programmi e contenuti. Un’idea della politica mutuata dal calcio: la discesa in campo e poi due fazioni obbligatoriamente disposte da un lato o dall’altro, distinguibili solo dal colore della maglia e non da uno straccio anche minimo di contenuti programmatici. La politica è diventata un confronto sportivo, dove conta solo il capitano e il resto della squadra è sulla lista bloccata compilata da lui stesso. Tutto tattico. Tutto giocato in chiave mediale ed elettoralistica, dove un ‘campione’ mostra i muscoli e poi ‘o vince o muore’ (ma in realtà non muore mai, è tutta una finta, vedi Berlu).

Questa proposta di riforma elettorale è come se confermasse questo andazzo, è come se dinanzi all’evidente fallimento delle coalizioni forzose le si riproponessero quale unica medicina. Come se, dinanzi allo spettacolo delle liste bloccate che promuovono il pessimo ceto politico di questi anni, le riproponessimo testardamente, in una sorta di mania suicida. Perché una cosa deve essere chiarissima: la sfiducia, il distacco tra cittadini e istituzioni, la frattura tra popolo e Stato non sono solo il frutto di Tangentopoli, ma anche (e soprattutto) della risposta data a Tangentopoli, della Seconda Repubblica di questo ventennio, di quella testarda ossessione a irreggimentare la politica e gli schieramenti in astratto, a priori, sottovalutando il peso e la necessità della politica-politica, ossia la discussione pubblica, la valutazione ponderata dei problemi, la rappresentanza, il confronto sui contenuti, il valore delle istituzioni. Ricordiamoci che Berlusconi, tra l’altro, non ha saputo governare nemmeno con 100 deputati di vantaggio. Il punto non è dunque lo strapotere parlamentare. Perché la politica non è solo forza militare, ma è anche competenza e intelligenza. Che oggi mancano. E intorno vediamo solo istinti belluini, poca competenza e poco riguardo.

 


24 aprile 2013

L'identità. Ovvero l'Io e il Non Io.

 

Ha fatto bene Napolitano a chiedere che la parola ‘inciucio’ sia bandita dal pubblico dibattito. Anche l_Antonio assume lo stesso impegno e non discuterà più con nessuno che utilizzi questo termine davvero irritante quasi fosse una categoria dello spirito. ‘Inciucio’ fa il paio con la dichiarazione di Grillo per il quale il governo, dal suo punto di vista deve essere “cinque stelle 100%” (come i succhi di frutta). O sei te stesso per intero, senza compromessi, senza miscelazione, senza fenomeni entropici di qualsivoglia natura, oppure niente da fare. Vige solo la regola dell’identità, quella per cui l’altro è un demonio che vuole solo degradare la tua etnia politico-sociale. Ogni cosa che appare anche solo un po’ frutto di un’intesa va, dunque, combattuta. Così come va combattuta la parola dialogica, quella che ‘mischia’ le idee, quella che fa l’unità nella diversità. Secondo questa logica, ogni scambio di battute con l’avversario è immediata intelligenza col nemico. La salvezza è una specie di implosione in se stessi, è il proprio auto-affermarsi, è il trionfo del proprio linguaggio privato (direbbe Wittgenstein) e dunque del silenzio pubblico, e quindi dell’intesa che io ho da sempre naturalmente con me stesso.

E invece la politica concepisce la natura dell’identità solo come base di partenza. Come posta iniziale. In politica l’identità si afferma solo dapprincipio, necessariamente, ma poi entra subito in gioco il negoziato, la variazione sul tema, la storicità dei contesti. Senza che ciò voglia dire ‘relativismo’, al contrario. Anche perché, disciamolo, nessuna altra categoria è così volubile come questa: basta un soffio di vento è l’identità si sviluppa, modifica la propria forma, pur mantenendo una propria stabilità che funge da binario di fuga delle variazioni storiche. Dunque, se io puntassi tutto sull’identità, chi sarei davvero? Boh (cit.). Chissà chi lo sa. Al massimo un’ipostasi, una cosa fuori dal mondo. Pensateci. La sinistra da circa venti anni si evolve storicamente a velocità molto sostenuta, eppure Berlusconi ha sempre paura dei comunisti, così come i comunisti lo sono dei democristiani. Una costante in tanto caos permane, dunque. Perché la politica è negoziato, e il Parlamento si chiama così per ovvie ragioni, e se ciò non avvenisse tutto si ridurrebbe a un ‘click’, al referendum web, al plebiscito. Mentre invece sono proprio i plebisciti a contraddire amaramente la politica e a gettarla di fianco. E poi ti credo che tutto implode e i frammenti si presentano come scaglie identitarie, clan, tribù di fedelissimi, davvero privi di senso. Essi sì.


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23 aprile 2013

La linfa

 

La tesi di Francesco Cundari oggi su l’Unità è sacrosanta: fuori del maggioritario e del bipolarismo forzoso, probabilmente, non sarebbe stato possibile il berlusconismo. Il sonno sui meccanismi politico-elettorali, insomma, ha generato mostri. Questa tesi rafforza un convincimento dell_Antonio, per il quale la cattiva politica produce sì antipolitica ma, di converso, l’antipolitica opera per fini politici la distruzione della politica stessa anche dove è all’incirca sana, per mere ragioni di lotta politica, appunto. È una dialettica che ha traversato l’ultimo ventennio e oggi giunge a manifestarsi per intero. Avevamo allora un sistema che ancora generava partiti: forse in crisi, in certa misura corrotti, ma partiti, da riformare. Ce ne troviamo un’altro che abolisce i partiti o li trasforma in service di questo o quel candidato. La trasformazione non è stata casuale, ma la risposta (politicissima) a Tangentopoli, grazie alla quale abbiamo buttato via con l’acqua sporca (la corruzione) anche il classico bambino (la politica). E oggi di questo bambino c’è un tremendo bisogno.

Una medicina, dunque, peggiore del male. Ossia l’idea che il governo fosse tutto, e il resto (partiti, istituzioni rappresentative, popolo) si dovesse semplicemente allineare e coprire. La convinzione che i partiti funzionano solo se rispondono al candidato del momento e scatenino per lui la loro potenza elettorale, per poi tornare in sonno. Un partito leggero, perché mero utensile nelle mani di qualcuno per breve lasso di tempo, quello coincidente con le urne. Di qui anche il desiderio di abolire il finanziamento pubblico. Che andrebbe a un partito-partito, per sostituirlo col finanziamento privato che andrebbe direttamente al candidato, il quale poi lo riverserebbe al partito-service elettorale, che brucerebbe ogni risorsa in comunicazione-politica nelle settimane ante-voto. Dopo di che tornerebbe il silenzio glaciale delle serrande chiuse.

E allora. Il Parlamento non può essere una mera cassa di risonanza di decisioni prese altrove, chissà dove. Altrimenti le Folle lo accerchiano. In entrambi i casi la democrazia rappresentativa diventa carta (costituzionale) straccia. E così i partiti non possono ridursi a servi sciocchi di un candidato. E il popolo, a cui si è concessa la sovranità, dovrebbe sentirsi davvero tale, non un branco di cani rabbiosi che ripete il mantra e vorrebbe menare le mani col primo ‘politico’ che passa. Si dice che l’ideologia rifletta i rapporti reali. Niente di più fuorviante nel nostro caso. Qui l’ideologia (ossia l’antipolitica che scivola sempre più nel sovversivismo e nel presidenzialismo) costituisce i rapporti reali, li “lavora” a proprio vantaggio, e lo fa con feroce determinazione. Si vuole ridurre la politica a deserto in cui non cresce nemmeno la ginestra leopardiana, dove tutto è ridotto al terribile cortocircuito tra una ‘persona’ al comando e una ‘massa’ pronta a farsi dirigere. Il PD è in ginocchio ed è traversato da una lotta intestina di ambizioni personali organizzate, eppure il suo compito resta quello di mostrare che la democrazia è un bene pubblico che nell’articolazione dei poteri e nella partecipazione consapevole scova la propria linfa vitale.


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28 settembre 2012

Monti bis

Tempo fa, qualcuno provò a calcolare l'entità del risparmio prodotto dall'abolizione del parlamento, che, a sentire alcuni commentatori e certi politici cultori dell’antipolitica, sarebbe il vero male oscuro italiano. Be’, fatti i conti, potremmo economizzare circa un miliardo di euro. Per di più conseguendo una semplificazione degli iter deliberativi mai vista e così congegnata: un’oligarchia ristretta e sapiente esamina e decide a nome di tutti (dopo aver consultato BCE, BuBa, FMI, Ocse, WTO, Onu, Confindustria, Marchionne’s America, Betulla & Sallustri Inc., Sarah Palyn Rifle, ecc.), si comunicano le decisioni al popolino non più sovrano ma ignaro, magari durante gli spot di Canale 5, e la cosa è fatta. Peccato che un miliardo di euro sia un po’ poco rispetto al danno di vivere nella totale opacità pubblica e senza più partiti a organizzare e rappresentare le nostre opinioni, ma tant’è. Non si può avere tutto dalla vita.

 

Oggi Monti dice che lui è pronto. È pronto a essere rinominato (nell’accezione del grande fratello) e dunque a restare in sella a Palazzo Chigi. Non importa quale maggioranza lo sosterrà (va bene qualsiasi), né quale sarà l’esito delle elezioni (a proposito, quanto si risparmia a non votare?), tantomeno se il parlamento verrà più consultato (ma allora non è meglio abolirlo?). Non si dice nulla dei partiti e della loro sorte, ma tanto i manifesti da attaccare e la grancassa da suonare non mancheranno mai (ha ragione Fassina, cari compagni della colla e delle pennellesse). Meno male che questo annuncio di Monti è stato fatto in Italia, alla Bloomberg Tv, parlando un italiano perfetto e preannunciandolo a Bersani. Meno male. Velo immaginate se Monti si fosse dichiarato Monti-bis in pectore in America, parlando in inglese e senza aver detto prima nulla a nessuno? Sarebbe stato davvero disdicevole. Tsk!

 

Nella foto, Monti 1 e Monti 2 la vendetta


7 agosto 2012

Mercati sordi e grigi

 

La presunta lentezza o scarsa flessibilità dei Parlamenti dinanzi alle sfide proposte dai ‘mercati’ non è un limite della democrazia, ma la sua ricchezza. Se improvvisamente scattasse un cortocircuito tra comportamenti speculativi, controffensive dei governi, nuove reazioni dei mercati, e con ciò si facessero fuori (in vario modo) le assemblee parlamentari, avremmo forse raggiunto il punto effettivo di non ritorno, oltre il quale ai cittadini spetterebbe solo il compito di pagare tasse e subire tagli. Punto. E non mi venite a dire che la democrazia deve acconciarsi adeguatamente al nuovo fronte di lotta, mettersi l’elmetto e pagare dazio agli investitori di borsa oppure ai fondi di investimento, che speculano sulle nostre disgrazie e sulla nostra arrembante nuova povertà. No. La storia anche recente ha dimostrato che non esiste la soluzione ‘unica’, che le alternative ci sono sempre, che la tecnica in fondo è un’ideologia come tante, e che il futuro dipende ancora da noi, almeno in buonissima parte.

La flessibilità democratica fa venire a mente quelli che dicono ‘sospendiamo un po’ le libertà, così possiamo affrontare meglio criminali, mafiosi, terroristi senza lacci e lacciuoli, e poi, a cose fatte, con comodo, ritorniamo al vecchio regime’. Mollare un dito equivale a mollare il braccio. ‘Chiudere’ i parlamenti vuol dire intraprendere una brutta strada. Togliere di mezzo (flessibilizzare) le istanze rappresentative, il ruolo dei partiti, le decisioni dei cittadini è come consegnare il pacchetto a poche oligarchie sempre più onnipotenti, lontane, sorde, affilate. È un gioco pericoloso, oltre il quale magari ci ritroviamo comunque con lo spread a 600. Perché non è la democrazia ad abbassare l’efficacia delle misure, così come questa efficacia non si accresce se a decidere sono pochi, per quanto bravi (si presume). Le cose hanno un buon esito se sono ben ponderate, se sono frutto di ascolto, se non decide la fretta, se la democrazia resta democrazia, se gli ultimi sono considerati, se non conta solo l’economia. Per questo la politica è molto più utile di quanto non sembri. Altro che Grillo, Di Pietro e compagnia cantante.


16 febbraio 2011

Arrigo Sacchi

 

Dice Alfano (Corriere della sera) che “è ampiamente acclarata l’autonomia e l’indipendenza della magistratura”. “Il tema che si pone, invece, è l’autonomia e l’indipendenza del Parlamento”. Ovviamente il Parlamento sarebbe minacciato perché i giudici non rispetterebbero la maggioranza parlamentare di cui il premier gode, esplicatasi in particolare il 14 dicembre scorso e vieppiù nella caotica compravendita di queste settimane. Un mutar di casacca, a dire il vero, che sembra quasi un teatrino di burlesque. A forza di togliere e mettere magliette senza più nemmeno entrare in camerino, è chiaro che alla fin fine si rimane in mutande. Ha ragione Ferrara. Per di più, “Berlusconi ha un forte mandato conferitogli dagli italiani”, aggiunge Alfano, quindi nessuno può mettere in discussione né il Parlamento degli scamiciados, tanto meno può delegittimare il Capo sacralmente eletto dal popolo.

Sembra un’ammissione: Berlusconi lo possono mandar via solo gli italiani. Cappellini lo dice ancor meglio: “Il suo [di Berlusconi] argomento finale di difesa è: mi ha scelto il popolo e solo il popolo può cacciarmi”. Se fosse davvero così, il timore che possa finire in modo caimanesco (stile Maghreb) è considerata realistico (anzi auspicabile) persino dal premier in persona. E allora: chi minaccia davvero l’autonomia del Parlamento? I giudici, l’opposizione? Oppure lo stesso mandante degli odierni “scamiciamenti” e degli improvvidi cambi di casacca a fini di pura sopravvivenza politica? Perché se il Parlamento fosse libero, autonomo, fosse composto di parlamentari che rispondono direttamente all’elettorato e non al premier o alla lobby di partito che li ha messi in lista, allora sarebbe già accaduto qualcosa, senza bisogno di evocare un popolo arrembante che prima fa e poi disfa, secondo parametri populisti da repubblica centroafricana.

È chiaro che a questo Paese serve una svolta. Una ripartenza alla maniera di Arrigo Sacchi. Che chiedeva alla sua squadra di raccogliersi dietro, macinando un pressing asfissiante e poi, rubata palla, ripartire tutti assieme verso la difesa avversaria. Un gioco di squadra che coinvolga le opposizioni, le coordini in un patto alla riconquista del pallino (che oggi si trova ancora nelle mani di Berlusconi), con l’obiettivo di scagliarlo nella rete avversaria. 1 a 0 e palla al centro, anzi alle urne.

Nella foto, Arrigo Sacchi alle Frattocchie mentre spiega alla componente ex PCI del PD come si fa la ripartenza.


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15 dicembre 2010

Ah, Tabacci!

C’è uno che gode del fatto che Berlusconi abbia vinto grazie a dei transfughi, che il suo governo resti lì anche se in bilico e senza un futuro, che la riforma Gelmini riparta, e che il terzo polo si sia rivelato più fragile di quanto non si ritenesse. Gode pure del fatto che la sinistra sia sconfitta, almeno quella che secondo lui “aspetta Godot”, e cioè intende ampliare il proprio fronte di alleanze anche verso le forze che si sono staccate dal berlusconismo. Il destino del PD è un altro, dice Vendola (di lui si parla). E si chiama primarie, Sel, Idv, “nuovo” centrosinistra. Insomma, una mini-vocazione maggioritaria à la Niki, dove lui ovviamente farebbe la parte dell’assopigliatutto, con l’intero PD (o quel che ne resterebbe) sottoposto a un’OPA molto aggressiva nonchè pronto a servire a testa china il nuovo leader mediatico, dopo l’esito plebiscitario a sui favore di primarie ridotte ad “arma-fine-de-mondo” contro i revisionisti.

Spiace ripeterlo. Ma il 25% del PD (del quale i commentatori possono dire quel che vogliono) pesa come un macigno sulla strada di tutti gli 'avventurieri' politici emersi frettolosamente in questi ultimi anni. Senza quel 25% non si fa nulla di nulla, tantomeno l’alternativa a Berlusconi. Così come, d'altra parte, il Terzo Polo (o quel che sarà) è un’arma spuntata senza i democratici, a meno che non voglia tornare subito, d’amblais, in braccio al berluconismo a raccattare qualche briciola: un sottosegretariato, un viceministero, faccia Lui. Affari loro, in tal caso. Il problema vero della vocazione maggioritaria (anche nella versione light di Vendola) è che tratta gli alleati possibili come pezze da piedi, del genere “aziende decotte da scalare e poi spezzettare per rivendere con profitto sul mercato”, nella logica della migliore speculazione finanziaria. In politica si dice “voto utile”. Salvo poi sedersi a un tavolo a trattare, nel caso la scoppola rimediata sia ancora in qualche modo recuperabile sul piano della mediazione pura.

Andatevi a leggere Tabacci sul Secolo. Mentre taluni ragionano frettolosamente come tifosi in un bar dello sport, lui affonda l'analisi. Cambia tutto, dice Tabacci, altro che vittoria berlusconiana. Non fatevi ingannare dall'Aula, dove si può ragranellare qualche voto qua e là. È nelle commissioni il punto vero. Qui cambiano molti equilibri. “Il governo, preoccupato dai problemi giudiziari del premier, si è premurato di avere una larga maggioranza in commissione giustizia. In questa maniera però non ha più la maggioranza garantita in tutte le altre. In molti casi è in parità. Sa cosa vuol dire? - dice Tabacci all'intervistatore – che tutti i deputati di Lega e PDL devono essere sempre presenti, altrimenti i provvedimenti del governo non passano”. Quindi, considerato che ministri e sottosegretari sono stati precettati, e questa cosa non si può fare per il lavoro quotidiano delle commissioni, “il governo non ha più una maggioranza”. “Con questi numeri possono scordarsi ilfederalismo”, aggiunge. Di qui la convinzione che si apre una fase nuova, “che non prevede Berlusconi premier”. Punto.

Ecco, se invece di sfiorare appena con gli occhi l'immagine dell'aula parlamentare, i tanti comunicatori-politici che affollano la platea avessero considerato il lavoro legislativo quotidiano e i meccanismi veri, ossia avessero considerato il Parlamento nella sua effettiva funzione politica, i giudizi sarebbero più articolati e meno tranchant di quelli di Vendola. Ma i leader mediatici vedono appena le increspature, soffrono la visione profonda, e forse anche Berlusconi è una specie di vendoliano di destra. Ha ragione D'Alema (ecco) quando dice che il vero sconfitto è il Parlamento, cioè la politica nel suo cardine più alto. Si vive soltanto di salti della quaglia e di sbaffatine mediali, e si è persa di vista la politica. Ecco perché Tabacci è un gigante. Ah, Tabacci!


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9 agosto 2010

Elettoralismo

 

L’Opinione riporta brani di un’intervista a Massimo Cacciari fatta da Corradino Mineo su Rainews. Non abbiamo ascoltato le parole in viva voce del filosofo veneziano, dunque ci affidiamo a quanto riporta il giornale. Cacciari è contrario alla formazione di un “governo tecnico” (così lo chiama), perché sarebbe “un’eventualità dannosissima per il Paese”. E poi perché nascerebbe da una “crisi parlamentare”. Così che egli si appella alla responsabilità del PDL affinché ciò non avvenga. Si tratta, ovviamente, solo di un auspicio, una speranza, perché in realtà il punto è un altro: se ci fosse una “crisi parlamentare”, che si fa? Se si scioglie la maggioranza, si deve andare necessariamente alle urne? Non sarebbe questo più dannoso di un “governo tecnico”, visti, come ritiene Cacciari, “i timidi segni di ripresa e stabilizzazione”? L’ex Sindaco ritiene che sarebbe meglio portare a termine la legislatura e lavorare alla prossima, mettendo a punto alcuni tasselli futuri (il federalismo, ad esempio). Troppi “auspici” e troppi “tono augurali” per un filosofo che ci ha insegnato il senso del disincanto e il disprezzo per le utopie consolatorie e per i “buonismi” in genere.

Comunque. A Cacciari risponde indirettamente Andrea Manzella su Repubblica di sabato: “Ci sono in giro grossi (e interessati) equivoci. Che ogni crisi parlamentare [appunto!, ndr] debba avere fatalmente una soluzione elettorale”. Che ogni dissenso debba portare alle urne. “Che ogni ‘diverso’ esercizio delle funzioni parlamentari […] rientri nella retorica del ‘ribaltone’ (o del tradimento)”. Non è così, dice Manzella. Dietro a queste tesi c’è un ‘credo’ illiberale, quello della “scomparsa del Parlamento”, ossia del luogo della “rappresentanza effettiva e concreta della società nazionale”. Secondo lo studioso, il Parlamento resta sempre il “porticato” (mai del tutto autoreferenziale) tra istituzioni e società (come scrisse Hegel), perché la logica della democrazia non è quella del plebiscito e tutto non si ferma o riduce all’istantaneo ‘click’ elettorale. La società cambia e la politica va ben oltre i ‘pietrificati’ accordi di coalizione che, senza il Parlamento, restano pure petizioni di principio. Il diritto degli elettori ad avere un governo non si ferma al voto iniziale delle coalizioni, ma va oltre, perché il mandato è sempre pieno. “Allora è il meccanismo naturale della democrazia che spinge a cercare nel Parlamento le intese che e i compromessi possibili tra le rappresentanze di parti fino a ieri contrapposte”. Chiaro? E se il Parlamento fa il suo dovere, il cosiddetto ‘ribaltone’ non esiste, è un’accusa che fa torto alle prerogative stesse dell’assemblea elettiva.

Qual è la morale? Che il vuoto di politica produce una sorta di disastro culturale, da cui sarà difficile riemergere. Che il Parlamento è ritenuto una semplice camera di compensazione, un'assemblea di soci (anzi di “fedeli”), e non l’ambito dove i “rappresentanti” debbano esercitare sino in fondo la loro funzione nazionale e generale. Che viene a mancare in questo Paese un luogo dove la mediazione (e anche il confronto aspro che prelude alla decisione) abbia un effettivo campo di attivazione; un luogo autonomo, specifico, non residuale. Ci manca, detto in altri termini, la “cucina” dove la politica possa mettere in campo le proprie ricette: riaprire discussioni, avviare confronti, trovare nel dibattito aperto, trasparente, pubblico le soluzioni ritenute più idonee a risolvere le questioni. Oggi è invalsa l’idea che il “click” elettorale iniziale sia tutto, e che il resto debba essere una specie di coazione a ripetere freudiana. Nulla, in pratica. Un Parlamento con la mordacchia, insomma. E invece solo i “rappresentanti” del popolo possono interpretare i sommovimenti che scuotono l’opinione pubblica e la società, e svolgere il ruolo di ‘porticato’, ponte, “fra-mezzo” di cui diceva Hegel. Pretendere di ‘surgelare’ i giudizi, anche nel caso di crisi della maggioranza, e portarli “impacchettati” alla scadenza dei cinque anni è come mettere le brache alla nostra libertà politica. Non si può votare a ogni stormir di foglie. La politica nasce per altro, non per fare sondaggi, “contarsi” o misurare in astratto, come su un videogame, i “muscoli” di questo o quello.


18 gennaio 2010

Il Parlamento

 

Da giovane pensavo che il massimo sviluppo della democrazia fosse nella creazione di organismi consiliari, di quartiere o di fabbrica, con poteri decisionali “dal basso”, come si diceva. La “rappresentanza” sembrava quasi una parolaccia. Si diceva “delega”, e non era un bel dire. Il Parlamento doveva essere considerato un organismo di supplenza e coordinamento rispetto a quelli di democrazia diretta. Altri tempi davvero.

Oggi la vera emergenza politica è ancora il ruolo del Parlamento, ma in senso quasi opposto. Il vuoto che sentiamo attorno è generato proprio dall’assenza di un solido contributo parlamentare. La democrazia che ci veste è un abito lacero, di pura apparenza, senza più il contributo essenziale delle istituzioni rappresentative. Siamo un regime parlamentare quasi senza più un Parlamento. E il bello è che la maggioranza dei cittadini non ne soffre affatto, anzi. La frase più gettonata è “poche chiacchiere”, e poi “ci vuole rapidità”. Si chiedono decisioni veloci, senza troppe mediazioni, divenute ormai sinonimo di inciucio, accordo sottobanco, partitocrazia. Il Parlamento è quasi un disvalore.

La responsabilità di questo andazzo è di tutti: da destra a sinistra. Di chi vuole il Governo forte senza contrappesi. Di chi sbraita di partitocrazia. Di chi spara decreti e fiducie come se fossero acqua fresca. Di chi vorrebbe le mani libere. Di chi sostiene che la politica è una porcata. Il vuoto politico, così, coincide in primis col vuoto parlamentare e istituzionale.

Sappiamo invece che la democrazia, quando è tale ed è solida, non può prescindere dal Parlamento, che è il primo contrappeso istituzionale ai potentati di ogni natura. Che è il luogo nel quale i dibattiti politici avvengono nella trasparenza e nella garanzia che tutti possano sapere e vedere. Senza Parlamento è il deserto della politica. E domina il potere-potere.

Simonetta, nei commenti al precedente post, si chiedeva quale fosse la ricetta per ovviare a questo andamento pernicioso. La soluzione ci sarebbe. Si chiama democrazia delle istituzioni e della trasparenza, delle mediazioni e del confronto pubblico, del dibattito e della rappresentanza, dei partiti e delle idee.

Il populismo è una scorciatoia inutile, inefficace e pericolosa, e io non conosco nessuna democrazia senza partiti e senza politica. Non credo, d’altra parte, che una nuova democrazia parlamentare di tal tipo possa sorgere dal nulla delle nostre chiacchiere, per quanto avvedute e ispirate. Io credo che servano delle riforme, il più possibile condivise, trattandosi di regole. Ha detto bene Bersani: l’urgenza delle riforme è data dalle controriforme striscianti che passano nel frattempo, e che modificano il panorama istituzionale mentre la sinistra intona il classico psicodramma. Ogni giorno che passa siamo tutti meno liberi. Senza un terminale istituzionale centrale, rappresentativo ed equilibratore, tutto il sistema muore. Che almeno lo si sappia.


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permalink | inviato da L_Antonio il 18/1/2010 alle 16:43 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (5) | Versione per la stampa
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